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Costi degli ETF

Costi etf

Gli ETF si connotano, sul mercato borsistico, per essere tra gli strumenti meno costosi in termini di spese di gestione.

Chi vuole investire in ETF va incontro a costi molto più contenuti rispetto ad altri strumenti di gestione collettiva, in particolare i fondi comuni d’investimento.
Questo soprattutto a causa delle differenti modalità gestionali dei due strumenti.
I fondi comuni, difatti, si caratterizzano per un tipo di gestione attiva, in cui il gestore acquista e vende titoli in maniera abbastanza continuata, con l’obiettivo di conseguire rendimenti quanto più alti possibile, date le tipologie di asset di ciascun fondo comune. Tuttavia, la gestione attiva non assicura che quest’ultimo realizzerà effettivamente dei rendimenti superiori ai rendimenti medi dei titoli in portafoglio. Il primo motivo è dato dall’effettiva capacità del gestore nello scegliere titoli profittevoli, che non sempre c’è.
Secondo, nella gestione attiva si acquistano e si vendono titoli con un’alta frequenza di operazioni, che comportano elevate spese di commissione. Inoltre, il gestore paga le imposte sui profitti eventualmente originati dalle operazioni di compravendita. Si stima che, mediamente, i costi delle operazioni tipiche di gestione attiva incidano, sui rendimenti finale degli investimenti, con valori che vanno dal 2 al 9%. A causa dell’incidenza di detti costi, quindi, può verificarsi che i fondi comuni possano realizzare performance meno elevate rispetto ad altri prodotti simili, come gli ETF, che hanno un’analoga natura di panieri di asset.
Gli ETF, a differenza dei fondi comuni, hanno una gestione patrimoniale tipicamente passiva. Il gestore, pertanto, si limita a replicare con esattezza la composizione e i relativi pesi percentuali dei titoli contenuti in un indice benchmark (indice che può essere azionario, obbligazionario oppure monetario, ma anche settoriale o riferito ad un’area geografica) completamente o parzialmente. In quanto fondo replicante, non si impone la necessità di studi e analisi su asset e relativi settori ed emittenti che, invece, intervengono nella gestione patrimoniale attiva e vengono effettuati da professionisti ed enti dedicati. Di conseguenza, la gestione passiva comporta per il gestore costi più limitati rispetto ai fondi comuni d’investimento.
Nella gestione passiva, inoltre, la replica dell’indice implica un obiettivo di semplice replica anche dei rendimenti dell’indice sottostante, senza velleità di batterne la performance. Inoltre, per tale motivo, il numero delle transazioni che il gestore va ad effettuare è abbastanza ridotto, limitandosi alle transazioni che permettono di seguire la composizione del benchmark e i relativi aggiustamenti. Un numero contenuto di transazioni comporta bassi costi per l’acquisto di titoli, che si traduce, in ultima istanza, in bassi costi di gestione per i sottoscrittori.

ETF: i costi dei fondi e degli ETF.

Abbiamo detto che investire in ETF comporta il sostenimento di costi minori rispetto all’investire in fondi comuni d’investimento. Vediamo, nel dettaglio, quali sono i costi complessivi posti a carico dei risparmiatori per entrambi i prodotti finanziari di risparmio collettivo gestito, ovvero fondi comuni ed ETF:
costi di sottoscrizione (entrata nel fondo): presenti nei fondi comuni, assenti negli ETF;
costi di gestione (solitamente annui): nei fondi comuni sono in ragione percentuale annua e possono variare dall’1,5% al 2,5%. In un ETF di tipo azionario, invece, i costi di gestione oscillano più o meno dallo 0,15% allo 0,60% mentre la percentuale annua si applica all’effettivo periodo di detenzione dell’ETF e gli stessi costi vengono trattenuti dal gestore, con frequenza quotidiana, dal valore di ogni singola quota.
costi di incentivo per il gestore/commissioni di performance: nei fondi comuni può esserci, se il rendimento del fondo stesso è più alto di una determinata soglia. Assenti, invece, negli ETF in quanto il gestore deve replicare soltanto il rendimento del benchmark, non fare meglio di quest’ultimo;
commissioni bancarie per il deposito dei titoli detenuti: presenti in entrambi;
commissioni di intermediazione: nei fondi comuni di investimento mediamente tali commissioni vanno dal 1,5% al 2,5%, mentre negli ETF possono oscillare tra lo 0,15% e lo 0,60%. Ad ogni modo, questo tipo di commissione varia per ciascuna banca e in relazione anche ai diversi clienti.
commissioni d’uscita: presenti in molti fondi comuni di investimento, assenti negli ETF.
eventuali commissioni di brokeraggio nel caso di trading con gli ETF e i fondi comuni: da verificare con l’intermediario prima dell’acquisto e anche prima della vendita delle quote.
 “costi” dovuti all’imposizione fiscale: per i fondi comuni di investimento, dal 1° luglio 2014 il prelievo del fisco sul relativo reddito viene calcolato con un’aliquota del 26% (eccetto la componente di titoli di Stato italiani e simili, con aliquota del 12,50%) applicato alle plusvalenze realizzate.

Per gli ETF, invece, il recente decreto legislativo 44 del 4 marzo 2014 ha portato modifiche nel relativo regime fiscale. Pertanto, ora tutti i rendimenti originati dalla vendita di ETF, se positivi, vengono trattati in quanto “reddito di capitale”, mentre le eventuali perdite (minusvalenze) vengono considerate, invece, “reddito diverso”. Entrambe le differenze positive e negative sono calcolate come differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita degli ETF, senza tenere conto del valore del NAV dell’ETF, nel regime fiscale precedente rilevante. La differenza è sottoposta a prelievo fiscale in ragione di un’aliquota del 26%. Le plusvalenze realizzate con la vendita di quote di ETF vengono ora tassate subito, analogamente ai dividendi. Nell’ipotesi che il portafoglio si sia formato attraverso una pluralità di acquisti dai prezzi diversi, il prezzo di acquisto si ricava dal prodotto tra prezzo medio ponderato per quantità, cioè si utilizzano i prezzi di acquisto del mercato, ponderati per le relative quantità. Con il nuovo trattamento fiscale si semplificano i calcoli ma non è più possibile, per chi vuole investire in ETF, compensare proventi e minusvalenze come accadeva in precedenza.

I costi “impliciti” degli ETF.

Stabilito che gli ETF hanno costi di gestione abbastanza ridotti, chi vuole investire in ETF deve saper calcolare, preventivamente, anche i costi cd. “impliciti” posti a carico degli investitori. Il primo costo implicito è rappresentato dallo spread “denaro-lettera”, dato dalla differenza tra il prezzo migliore quando si acquista e il prezzo migliore quando si vende. Lo spread ha molto frequentemente un valore minore dello 0,10%, arrivando talvolta a toccare lo 0,50%.

Anche il cambio tra l’euro e un’eventuale valuta diversa dell’indice scelto rappresenta un costo implicito, che potrebbe risultare penalizzante per gli investitori dell’area euro. In sostanza, chi vuole investire in ETF fuori dell’area euro deve saper calcolare guadagni e perdite relativi al tasso di cambio tra le due valute. Se, ad esempio, si è investito in ETF (quotati in euro) aventi indici benchmark statunitensi, quotati in dollari, deve essere calcolato il cambio tra Euro/Dollaro (EUR/USD) che, se sfavorevole, diventa un costo per l’investitore diminuendo il rendimento effettivo dell’investimento. Quando termina il periodo di investimento, pertanto, il rendimento dell’ETF, valutato in euro, deriverà dalla somma di due fattori:
1. l’apprezzamento o deprezzamento dell’indice benchmark statunitense;
2. l’apprezzamento o deprezzamento del tasso di conversione tra euro e USD.

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