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Investire in etf: errori da evitare

ETF errori

Chi vuole investire in ETF sa che questo strumento rappresenta uno dei più “tranquilli” sul mercato e non presenta quasi nessuna criticità. Si potrebbe affermare che gli EFT sono uno strumento finanziario quasi senza difetti. Tuttavia, anche in questo caso, è importante fare attenzione ad alcuni aspetti per non incorrere in possibili errori che possono inficiare il rendimento e deludere le attese dell’investimento.

1. La scelta dell’ETF: partire dalla tipologia, non dal gestore

La scelta di un ETF implica, prima di tutto, la scelta di una famiglia di investimenti, più che la preferenza per un gestore. Il contenuto degli ETF riflette la composizione dell’indice benchmark scelto, quindi gli ETF azionari sulla Borsa Europea hanno in portafoglio azioni di società europee, quelli obbligazionari contengono obbligazioni di corporation e, infine, quelli in titoli di stato detengono BOT, Btp e titoli di stato di altri paesi, ecc.
Il vantaggio reale dato dagli ETF è che la loro natura di paniere di titoli consente la diversificazione, grande fattore di riduzione del rischio. Invece i prezzi dei singoli titoli contenuti nell’indice sono esattamente gli stessi che per i medesimi asset fuori paniere, senza alcuno sconto. Il prezzo di ogni ETF riflette il valore dei titoli su cui l’ETF investe. Alcuni ETF, inoltre, pagano cedole periodiche. Chi vuole investire in ETF, per identificare i fondi che distribuiscono cedole può consultare il sito www.borsaitaliana.it , nella categoria “obbligazionari Corporate”.
In generale, a causa del vasto numero di ETF oggi disponibile sul mercato (europeo e non) non è molto agevole per gli investitori distinguere gli ETF più idonei su cui investire in termini di profilo di investimento e composizione. In maniera analoga a quando si investe direttamente in titoli, difatti, non sempre è chiara la scelta tra ETF che replicano, ad esempio, gli indici Ftse 100 o Nasdaq. Pertanto, i piccoli risparmiatori che volessero scegliere questo strumento finanziario dovrebbero cercare di orientarsi attraverso il supporto di consulenti poiché soltanto in tal modo si riuscirà a scegliere l’investimento più in linea con la propria propensione al rischio, premessa alla base di qualunque investimento soddisfacente.

2. Differenziare, se possibile, l’investimento

La differenziazione è una delle chiavi per non perdere quando si investe. Pertanto, quando si decide di acquistare, ad esempio, delle azioni, invece di acquistare quelle di una sola azienda del settore, è preferibile comprare le azioni di almeno 5 diversi competitor del settore. Ciò permette di ridurre il rischio legato a una singola impresa, puntando, invece, sull’andamento generale di un settore. Il ragionamento può valere anche se si investe in ETF. Benché gli ETF consentano agli investitori proprio una forte diversificazione al loro interno, è preferibile acquistare, se possibile, diversi ETF per diversificare ulteriormente, in modo da puntare su differenti tipologie di assett e ripartire il rischio ancora di più.

3. La valuta di riferimento: attenzione al rischio cambio

Chi vuole investire in ETF deve fare attenzione al rischio cambio. Ciò si riferisce a ETF espressi in una valuta diversa dall’euro, quindi a quelli che operano su mercati esterni all’area euro. In questi casi, al termine del periodo di investimento, l’investitore deve calcolare, oltre ai proventi o alle perdite eventuali anche guadagni e perdite relativi al cambio. Ad esempio, gli ETF che hanno come benchmark indici statunitensi, quotati in dollari, vengono acquistati in dollari e sono, pertanto, soggetti al rischio di cambio tra Euro/Dollaro (EUR/USD). Gli ETF, in questo caso, replicano un indice contenente azioni denominate in USD, mentre gli ETF stessi, invece, vengono negoziati in euro. Alla fine del periodo di investimento, il rendimento degli ETF in euro sarà dato quindi dalla somma di due elementi, ovvero:

  • l’apprezzamento o decremento registrato dall’indice benchmark statunitense;
  • l’apprezzamento o decremento registrato dal tasso di cambio tra euro e dollaro.

Per facilitare il trading a chi vuole investire in ETF disponendo di euro ma con propensione ad acquistare sui mercati esteri, sono stati progettati gli ETF cd. armonizzati, i cui prezzi e quotazioni sono regolarmente quotati nell’ambito di Borsa Italiana, comprendendo sia l’indice che il cambio.

4. Non tenere conto dei costi “impliciti” degli ETF

Chi vuole investire in ETF deve sapere che questi strumenti, pur comportando dei costi per l’investitore estremamente bassi (ovvero i soli costi di gestione nell’ordine dello 0,15% – 0,60% per gli ETF azionari), e nessuna commissione di entrata e uscita, possono presentare dei costi “impliciti”, che si manifestano al momento del disinvestimento. Mentre l’operazione di disinvestimento nel caso dei tradizionali fondi comuni è del tutto priva di costi, quella relativa agli ETF, invece, può presentare dei costi.
In particolare, per ciascuna operazione di compravendita vanno considerati lo spread denaro-lettera, i costi dell’intermediazione della banca e i costi fiscali, che includono anche un divieto di compensare perdite e guadagni. La somma di tali costi, che può essere anche molto elevata, va a diminuire, com’è ovvio, la performance realizzata dall’investimento. Lo spread denaro lettera, in particolare, è collegato alla caratteristica di liquidità dell’asset che rappresenta la facilità di quest’ultimo a essere negoziato in tempi brevi, anche per importi rilevanti. Per una buona liquidità lo spread denaro-lettera (bid-ask spread) deve essere il più basso possibile. Infatti se la differenza tra il prezzo-lettera, cioè il prezzo a cui si può acquistare in quel momento l’asset e il prezzo-denaro, cioè il prezzo a cui si può vendere lo stesso asset, si mostra particolarmente alta, è minore la condizione di liquidità dell’investimento. In tal modo lo spread va a rappresentare in tutto e per tutto una voce di costo, capace di influenzare la resa finale dell’investimento.
I costi di commissione bancaria, invece, sono variabili tra i vari istituti di credito. Si suggerisce pertanto di informarsi preventivamente sui costi praticati dalla propria banca per intermediare gli acquisti e le vendite di ETF e di stimare gli oneri fiscali a cui va incontro chi compie tali operazioni. Esistono oggi dei servizi di consulenza finanziaria indipendente (fee only, quindi pagati solo dal cliente e non remunerati da banche o società emittenti) che offrono a costi nettamente inferiori rispetto alle banche: in genere consulenza, trading e monitoring dell’investimento sono compresi nel prezzo e non esistono spese in entrata, in uscita o di performance.
Per quanto riguarda il trattamento fiscale, dall’aprile 2014 secondo il nuovo regime di tassazione i guadagni derivanti dagli strumenti finanziari vengono trattati in qualità di reddito di capitale, mentre le eventuali perdite, vengono trattate, invece, come reddito “diverso”. Guadagni e perdite vengono calcolati come differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita degli ETF, a prescindere dal valore del NAV, e assoggettati a un’aliquota del 26%.

5. Nel trading porre sempre stop loss e take profit

Se si fa trading con gli ETF è fondamentale, per evitare di incorrere in perdite e consolidare i risultati conseguiti, porre sempre i limiti denominati stop-loss e take profit. Il primo, lo stop loss, rappresenta la soglia limite che, se viene superata dai prezzi, fa chiudere la posizione prima che il target stabilito sia raggiunto comportando una perdita. Il take-profit, invece, rappresenta il livello a cui si chiude la posizione, questa volta in guadagno, se i prezzi lo raggiungono. Entrambe le soglie a cui si fissa il prezzo sono assolutamente fondamentali per rendere massima la redditività di ciascuna operazione.

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